Parlare di Palestina: da Selvaggia Lucarelli a Zero Calcare

Qualche settimana fa Selvaggia Lucarelli, giornalista nota ai più per la sua partecipazione a Ballando con le Stelle, ha scritto qualche parola sui social riguardo l’ignavia dei personaggi famosi e del loro stare, secondo lei, accanto ai penultimi, cioè tutte quelle minoranze per cui hanno il tempo di esprimersi sui social giornalmente, invece che agli ultimi, identificati nelle vittime di Gaza. Se non avete avuto il piacere di leggere le sue parole, vi invito a farlo e a ragionarci su. Anzi, ve le metto qui.

Accanto ai penultimi

Ero convinta, stupidamente, che in questo paese gli ultimi non fossero poi così soli. Che al cinismo di chi governa e di chi li ha votati, si contrapponesse la forza di una buona parte della cosiddetta società civile con un megafono: attori, cantanti, scrittori, intellettuali, influencer, imprenditori e così via. Ho visto, del resto, pubblica empatia per gli ucraini, i migranti, la capretta presa a calci, per chiunque sia sembrato il più debole, il più indifeso, l’ultimo, appunto.

Ho capito invece, osservando quella stessa società civile assumere il colore delle foglie perché nessuno la intraveda tra le fronde, che quelli non erano gli ultimi. Che quell’empatia è sempre stata per i PENULTIMI. Gli ultimi sono i civili di Gaza. Sono loro i veri appestati, quelli che potrebbero attaccare il pernicioso batterio “nemico di Israele” (io non temo le etichette degli stupidi); quelli che riescono a trasformare gli strenui difensori dei diritti di chi nasce nella parte più sfortunata del mondo in inerti da competizione.

Vi siete esposti per chi sale su un barcone con una speranza, non lo fate per quelli che il mare davanti non possono neppure navigarlo, perché superate le tre miglia marine gli sparerebbero. Avete riempito le piazze di arcobaleni, detto che i colori non devono spaventare, che i diritti degli altri sono i diritti di tutti, ma il nero, il bianco, il verde, il rosso della Palestina vi terrorizzano. Vedo gente che potrebbe permettersi di non lavorare mai più e far campare di rendita i suoi diretti discendenti per altre 50 generazioni, che TACE per paura di perdere follower, clienti, contratti, giri di influenze, spazi sui giornali. Vedo la sinistra da TEDx e centri sociali diventati borghesi che dice due paroline stitiche e poi “cosa si suona stasera”?.

Vedo il vuoto gelido delle vostre bacheche. Vedo, in fondo, una grossa paura di perdere qualcosa mentre c’è gente che perde tutto. Vi vedo accanto al prossimo penultimo, mentre gli ultimi restano ultimi.

Sappiate però una cosa: queta volta l’ingiustizia che si consuma è così fluorescente che nel buio della notte di Gaza si vedono tanto le bombe quanto la vostra ignavia.

Dopo averle lette, francamente, non le ho capite del tutto. Per quale motivo le “persone famose”, che dietro ai social e alle loro belle vite rimangono persone delle volte piuttosto comuni, dovrebbero parlare per forza dell’argomento? Per dirci cosa? Che sono vicini alle vittime? Mi piace pensare che sia sottinteso e che ognuno nel proprio piccolo possa fare qualcosa per la causa, che sia inviare dei soldi, non necessariamente sbandierandolo ai quattro venti sui social, o tenendosi costantemente informato.

Se da un lato ci sono persone che sui social non si esimono dall’esporsi giornalmente su moltissime questioni e che effettivamente su questa hanno taciuto, forse per paura di perdere popolarità o per altre ragioni a noi sconosciute, dall’altro in questo calderone c’è chi, pur non rientrando nella provocazione della Lucarelli, potrebbe essersi sentito preso in causa e quindi in dovere di dire qualcosa.

Ciò che mi aspetterei e l’unica cosa che potrebbe essere realmente utile da parte di chi ha il potere dell’influenza sui social è segnalare profili e articoli di persone che hanno studiato, che sono sul campo, che sanno informare e che possono dare quelle informazioni necessarie a fare la nostra parte. Le parole sui social che esprimono solidarietà per le vittime non sono solidali, sono parole gettate al vento, parole che dopo poche ore non esisteranno nemmeno più. Le parole di chi poi? Utili a chi e a cosa? Io questo ancora non lo comprendo.

Capisco chi si informa, chi da queste informazioni e chi lotta perché queste informazioni vengano costantemente condivise. Non abbiamo bisogno, invece, di parole vuote di significato scritte solo per strabordare dall’immenso contenitore che sono i social. Sicuramente non serve una laurea in geopolitica per riconoscere un genocidio ed è utile parlarne, ma in modo che abbia senso, non solo perché deve esser fatto.

Poco dopo aver letto e riflettuto a riguardo, mi sono inoltrata nella lettura di Modernità Liquida di Zigmund Bauman e leggo queste parole:

Non esiste più alcun «Grande fratello che ti osserva»; adesso è compito tuo controllare i ranghi rigonfi di Grandi fratelli e Grandi sorelle, e controllarli severamente e bramosamente, nella speranza di trovare qualcosa di utile per te stesso: un esempio da imitare o un consiglio su come risolvere i tuoi problemi, i quali, al pari dei loro, devono e possono essere superati solo individualmente. Niente più grandi leader a dirti cosa fare e ad esimerti dalla responsabilità per le conseguenze delle tue azioni; nel mondo degli individui esistono solo altri individui da cui trarre magari degli esempi su come vivere, ma sempre assumendosi la piena responsabilità per le conseguenze derivanti dall’aver scelto un esempio anziché un altro.

Cosa è Instagram se non un enorme gigantesco Grande fratello controllato solo da noi stessi, vigili sulle vite degli altri e sulle loro scelte e sulla loro integrità? Ma questa spasmodica ricerca di esempi da emulare o di possibili soluzioni alle nostre paturnie non può essere applicata anche durante una guerra. Anche perché, mi chiedo, nella quotidianità di persone che non so se hanno avuto la fortuna di vivere la propria vita senza un solo giorno di guerra voi dove eravate?

Anni fa un mio amico palestinese mi raccontò che la gente da lui veniva fucilata per aver detto qualcosa fuori posto mentre viveva la propria quotidianità, magari alla fermata dell’autobus e che lui ne sentiva ogni giorno di storie simili. Dove erano le vostre bandiere palestinesi nelle immagini di profilo quando i palestinesi venivano uccisi senza alcun apparente motivo?

Quindi, forse, mi viene il dubbio che quando parliamo non sappiamo neanche cosa stiamo dicendo.

Bauman continua affermando:

Per dirla in breve, il processo di «individualizzazione» consiste nel trasformare l’«identità» umana da una «cosa data» in un «compito» e nell’accollare ai singoli attori la responsabilità di assolvere tale compito nonché delle conseguenze (anche collaterali) delle loro azioni.

Ci sentiamo forse addosso una responsabilità che non è nostra. E non ce ne libereremo con due parole masticate e vomitate a sprazzi qua e là. Non so cosa sia giusto fare, ma non sono sicura nemmeno che ci sia da fare qualcosa. L’unica cosa importante credo che sia solo non ignorare e non essere ignoranti.

E a fare da esempio di quanto sia complesso anche solo esprimere un parere e prendere una posizione in questo contesto c’è stata la vicenda di Zero Calcare e del suo doversi giustificare, storia che trovate su Internazionale. Come nostro solito, siamo capaci di giudicare le scelte altrui senza mettersi a riflettere realmente sulla questione e sempre pronti a vomitare odio addosso agli altri, talvolta senza un reale motivo, ma solo per il gusto di farlo. Per non parlare dell’automatismo con cui chi si esprime a difesa di un popolo che sta venendo torturato e praticamente cancellato diventa improvvisamente antisemita. Se non è ignoranza e stupidità questa, io non so cos’altro possa essere. Parlare della questione israelopalestinese non può essere una moda del momento di cui parlare su Instagram e chi ha un minimo di intelligenza non lo fa. Ed è necessario dirlo proprio perché su Instagram è pieno di gente che si scusa per non averne parlato o che viene accusata di ignavia per non averlo fatto.

Siamo bravissimi ad innescare corto circuiti, per citare Zero Calcare. Siamo meno bravi a morderci la lingua una volta tanto e spremere le meningi prendendo in mano un libro di storia o, più comodamente, cercando informazioni su ciò che avrebbe dovuto rendere tutto più accessibile ma che continua ad allontanarci dalla realtà: il web.