Non capisco le pretese di comportamento altrui

Se c’è una cosa che non ho mai capito sono le pretese di comportamento altrui. Cerco di spiegarmi meglio. Non ho mai capito quel sentimento che ho visto manifestarsi più di una volta in alcuni individui nel momento in cui il loro sguardo cade su qualcosa di diverso rispetto a ciò che per loro rappresenta la norma. È un sentimento che ho visto manifestarsi in diversi momenti nelle più disparate situazioni. Faccio qualche esempio.

Improvvisamente, mentre mi appropinquo a preparare il pranzo in cucina, noto che nel barattolo del sale c’è un cucchiaino. Penso «sicuramente lo avrà messo lì una delle mie coinquiline» e per me il discorso finisce lì. Certo, sarebbe più “normale” vedere un cucchiaino fisso nel contenitore dello zucchero piuttosto che in quello del sale, ma non ci do troppo peso. Bene, in questa situazione qualcuno potrebbe pensare «ma che diamine ci fa il cucchiaino nel sale?» e metterlo nel lavandino insieme alle altre stoviglie sporche. Ma il problema non verrebbe risolto perché il giorno dopo troverà nuovamente un cucchiaino all’interno del barattolo. Qualcuno potrebbe disquisire sull’insensatezza del cucchiaino come metro di misura per salare la pasta (con sale fino) o sulla sua scomodità nella distribuzione del sale sulle pietanze. Tutto questo sproloquio per dire che io me ne infischierei e mi adatterei alla visione del cucchiaino nel barattolo continuando a farne il solito uso senza batter ciglio.

Proviamo ancora. Qualcuno mette la grattugia in frigo insieme al formaggio. Nonostante per me non abbia molto senso, non sarò io a dire a X di non farlo più e mi abituerò alla sua presenza in frigo (ammesso che non tolga troppo spazio).

Oppure ancora la diatriba che dal pleistocene viene portata avanti tra penne lisce (che francamente adoro) e penne rigate. Chi discrimina le penne lisce si accanisce così tanto nei confronti dei loro sostenitori fino ad arrivare ad affermazioni del tipo «chi mangia le penne lisce non capisce una caxxo perché così scivola tutto il condimento», quando magari, come nel mio caso, il condimento si preferisce mangiarlo alla fine perciò per qualcuno potrebbe non esserci nulla di strano nel far scivolare il condimento. Non per questo io, che appartengo alla categoria dei demoni mangia penne lisce, mi sento una persona meno normodotata.

Dunque come si può definire? Grado di tollerabilità? Capacità di convivere con il diverso? Accettazione dell’altro? Non so bene quale sia la definizione corretta, ognuno si scelga quella che più gli aggrada.

Tutto questo discorso apparentemente insensato si può applicare anche a concetti molto più corposi e delicati. Qualche settimana fa mi è capitato di discorrere sulla questione del “libro del generale”. Il succo di tutta la discussione è che c’è chi si arroga il diritto di definire cosa è normale e cosa non lo è e chi i diritti li chiede sperando di essere quantomeno tollerato dalla società. Neanche a me piacerebbe mettere un tacco alto a spillo e calze a rete e girare per la città per farmi guardare dal mondo intero, ma se qualcuno lo fa e ha dei motivi per farlo io non ho nulla in contrario. Non mi stanno mica costringendo a farlo e a dirla tutta nemmeno a fissarli come Alex in Arancia meccanica. E si, potrei sentirmi infastidita per quella volta all’anno in cui non potrò passare con la macchina per le strade principali della città, ma poi ci penso e dico «dai per questa volta farò il giro largo».

Tutto ciò non ha a che fare con il giudizio, a patto che sia un giudizio ragionato e non gratuito. Ognuno ha diritto ad avere le sue idee, le sue posizioni riguardo una data cosa e di conseguenza ad esprimerle, però che rimangano meri giudizi senza la pretesa che siano universalmente accettati o dettati da qualche forza superiore come la “natura” (che prima di citare invito a studiare più attentamente quando si decide di utilizzarla per giustificare l’anormalità degli omosessuali, ad esempio).

Come per chi giudica le penne lisce, bisognerebbe forse fare un passo indietro e pensare che se qualcuno ha abitudini differenti dalle nostre non deve necessariamente essere meno normodotato di noi, è solo diversamente normale. È un discorso forse banale, che ci si sforza incessantemente di diffondere e che evidentemente non è stato diffuso abbastanza ma che continua a sembrarmi il modo migliore di approcciarsi alle cose.

È quell’odio recondito che spinge a pensare di avere sempre ragione e a non sentir ragioni che porta a spaccare in due la società, ma anche in tre, quattro, e così via. Quello che preme sulla lingua e fa parlare prima ancora di conoscere. Quell’irrequietezza insita negli esseri sociali che crea solo rumore, fumo e niente più.

Francamente, mi è indifferente se utilizzi il cucchiaio o la forchetta per mangiare la pastina in brodo e se poi bevi il brodo con una cannuccia (metodo bizzarro, ma simpatico). Mi è totalmente indifferente se usi il cucchiaino per misurare il sale. Mi è indifferente se pensi che Dio abbia creato il mondo, se mangi le penne rigate al posto delle lisce, se ti piace fare sesso con chi ha i tuoi stessi genitali o se vuoi farlo a tre, se usi il bidet a cavalcioni o sedendoti lateralmente, se metti la carta igienica dal lato “giusto” o da quello “sbagliato”.  Tutto questo mi è indifferente a patto che non venga costretta o invogliata a pensarla nello stesso modo o a cambiare le mie abitudini. Ed è tutto qui.

Ecco, forse questo è l’unico caso in cui l’indifferenza fa la differenza. Siamo indifferenti ogni giorno davanti a tante cose, a volte scegliamo per autodifesa di non sapere per proteggerci dall’amarezza di doverci fare i conti con quella conoscenza. Eppure non riusciamo a tacere dinanzi alle differenze altrui e passare oltre.

Se proprio si sente il bisogno di dare un giudizio su qualcosa bisognerebbe prima informarsi, studiare i particolari e capire perché un atteggiamento o l’altro ha senso o meno sentendo più punti di vista e non solo chi esprime il pensiero che già condividiamo. E se poi continuiamo a non pensarla in quel modo, va bene così, che ognuno la pensi come vuole lì dove quel pensiero non cambia le abitudini altrui. L’importante è semplicemente che nessuno si imponga sull’altro.